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La plastica che sta soffocando il nostro pianeta

Gran parte del pianeta sta nuotando nella plastica abbandonata.

L’inquinamento da plastica è diventato uno dei temi ambientali più pressanti: la produzione di oggetti in plastica usa e getta sta soverchiando la nostra capacità di gestirla.

Tanti paesi stanno avendo i loro problemi a gestire nel modo corretto la plastica diventata rifiuto. Questo tipo di immondizia sta diventando talmente onnipresente che si è arrivati a redigere un accordo mondiale negoziato dalle Nazioni Unite.


Le plastiche ottenute da carburanti fossili hanno oltre un secolo. La produzione e lo sviluppo di migliaia di nuovi prodotti in plastica ha avuto un’accelerazione dopo la Seconda guerra mondiale, trasformando l’età moderna in modo così profondo che, oggi, la vita senza plastica sarebbe irriconoscibile. La plastica ha rivoluzionato la medicina con dispositivi salvavita, ha reso più leggere le automobili e i jet, consentendo di risparmiare carburante e inquinare di meno; salvato vite con caschi, incubatrici e attrezzature per rendere potabile l’acqua…

Le comodità offerte dalla plastica, però, hanno portato a una cultura dell’usa e getta che rivela il lato oscuro di questo materiale: oggi le plastiche monouso costituiscono il 40% di tutte quelle prodotte ogni anno.

Molti di questi prodotti, ad esempio le buste di plastica o gli involucri per cibo, hanno una vita di pochi minuti o poche ore, anche se rimangano nell’ambiente per centinaia di anni.


La maggior parte della plastica che è nell’oceano arriva dalla terraferma. Oppure viene trasportata dai fiumi più grandi, che agiscono da nastro trasportatore raccogliendo immondizia su immondizia man mano che scendono a valle. Una volta che sono in mare, molti dei rifiuti plastici rimangono in acque costiere. Ma nel momento in cui vengono catturati dalle correnti oceaniche, possono andare a finire in tutto il mondo.


Una volta che si trovano in mare, i rifiuti di plastica vengono degradati da luce del sole, vento e onde in piccole particelle spesso inferiori al mezzo centimetro di larghezza. Queste cosiddette microplastiche, diffuse attraverso tutta la colonna d’acqua, sono state trovate in ogni angolo del pianeta, dal Monte Everest, la cima più alta, alla Fossa delle Marianne, la depressione più profonda. Le microplastiche si degradano poi in pezzi sempre più piccoli. Nel frattempo le microfibre plastiche sono state trovate pure nei sistemi idrici cittadini che forniscono acqua potabile e fluttuano anche nell’aria.

Ma la plastica viene mangiata anche dagli animali che popolano la terraferma come elefanti, iene, zebre, tigri, cammelli, bovini e altre grandi specie. In alcuni casi il risultato finale è la morte. Alcuni test hanno confermato danni al fegato, danni cellulari e disturbi del sistema riproduttivo che hanno indotto alcune specie, come le ostriche, a produrre meno uova. Una volta che sono nell’oceano, è molto difficile – se non impossibile – recuperare i rifiuti di plastica.

In media, circa il 5% della raccolta dei rifiuti organici è costituito da residui di plastica: per esempio, plastica proveniente da sacchetti non biodegradabili usati inavvertitamente per raccogliere l’umido. Una volta ridotti in frammenti questi residui sono difficilissima da separare dal resto della massa di rifiuti.

Come liberarsene?
All’università Università di Milano-Bicocca un team di ricercatrici ha deciso di puntare su particolari microorganismi, già presenti in natura, capaci di digerire il polietilene, la plastica più diffusa e più usata negli imballaggi alimentari. Il progetto ha un nome: Micro-Val (MICROrganismi per la VALorizzazione di rifiuti della plastica). L’idea è che una manciata di questi microorganismi, aggiunti ai rifiuti organici durante il processo di compostaggio, possa degradare se non distruggere completamente i frammenti di polietilene finiti tra scarti di cibo e potature.