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Aziende tessili pronte a ridurre l’impatto ambientale

Ecco alcuni esempi di aziende pronte per la sfida della nuova economia verde.

Le linee di abbigliamento sono consapevoli dei propri danni ambientali; ed una linea di intimo dichiara il proprio impatto e ne compensa le emissioni di CO2, con l’impegno costante nella riduzione delle sostanze chimiche, ed un laboratorio innovativo dove il ricorso alle tecnologie consente di dare nuova vita all’invenduto.

Questa nuova sensibilità si espande tra le azienda, creando linee innovative, come nel caso dei brand Yamamay e Carpisa. Nello stesso anno, l’impegno sulla sostenibilità si traduce in un calo dell’energia consumata presso le sedi del gruppo e delle emissioni di carbonio, oltre che nell’approvazione da parte del consiglio di amministrazione della carta della sostenibilità.

Alcune aziende affermano che dopo la pubblicazione del primo bilancio di sostenibilità sono intervenuti sull’organizzazione, riportando nei brand la parte operativa e avvicinandola alle tematiche di materialità, accelerando così le transizioni ambientale e digitale.

Sul fronte dei prodotti, l’ultima novità è Sculpt Zero, linea di intimo modellante che compensa le emissioni di carbonio. Un progetto realizzato in collaborazione con AzzeroCO2, società di consulenza per la sostenibilità e l’energia fondata da Legambiente e Kyoto Club.
Yamamay, invece, ha sostenuto un progetto di sviluppo di energia rinnovabile in Sri Lanka, Paese in cui la linea viene prodotta.

Anche il gruppo Oberalp, attivo nello sviluppo e produzione di articoli per gli sport di montagna con sei marchi propri, declina la sostenibilità nel proprio modello aziendale e nei prodotti.
Nel 2021 l’organizzazione non-profit Fair Wear Foundation ha conferito al gruppo il titolo di Leader per il quinto anno consecutivo, un riconoscimento assegnato ai marchi che si impegnano per garantire il miglioramento delle condizioni di lavoro nell’industria tessile.

Ma oltre alla vendita e allo smaltimento dei tessili, vi è un’altra questione quella dei capi non venduti.Nasce da questa consapevolezza il progetto D-refashion lab di D-house, che si propone di rivisitare, i capi invenduti.

Un modo per ridurre gli sprechi di materiale e impostare una linea di produzione più consapevole. Le tecnologie – che spaziano dalla stampa 3D alla termosaldatura – consentono la modifica di abbigliamento, accessori e tessuti. Questo progetto offre la possibilità ai grandi brand di affrontare il problema delle rimanenze di magazzino.

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